Seconda settimana col collega (scollega-to)

Che poi senza offesa, magari non è l’aggettivo giusto. Arrogante, inesperto e orgoglioso, questi rendono.

Insegna italiano, prossimo alla pensione, precario, maestro da quattro anni. Ho detto tutto? Ho detto tutto. Dopo dieci giorni di convivenza forzata in classe mi ha già accusata di mobbing di fronte ad alcune colleghe. Con cui lavoro da vent’anni. Che mi conoscono. Con cui c’è anche un rapporto di amicizia. Quindi non è neppure troppo sgamato. Pensa di essere furbo, a suo modo, non ha capito il poveretto che si sta scavando la fossa da solo.

Non si capisce quando parla, non per il dialetto, ma perchè è confusivo, mangia le parole, frettoloso. Non ci si improvvisa docenti, si impara (con umiltà). Occorre pazienza, carisma, capacità di entrare in sintonia e di essere in grado di intuire se i bambini hanno compreso, e fin dove. Occorre spiegare, e spiegare e spiegare. Fare domande, rispiegare. Richiamare i più deboli, verificare se il messaggio è passato. Lui distribuisce schede, presuppone che leggere velocemente la consegna sia sufficiente per una corretta esecuzione, ogghei bimbi, dai su, la correggiamo dopo, non c’è tempo, vabbbbè la sapete fare, insomma dai è fagile, dai dopo vediamo, ma devo andare di fretta che finisce l’ora. Non lo seguono, non sanno cosa debbono fare. I miei alunni mi guardano perduti. Io non sto zitta. E’ la mia classe, tu non la rovini. Gli suggerisco di collaborare, magari di fare materie diverse (minori, lo so) almeno a volte, darsi il cambio con l’insegnante di sostegno, che conosco ed è bravissima. Prevedibilmente mi risponde sdegnato e infastidito.

Mi spiace. Le mamme, già un paio di giorni fa, mi chiamano da parte, preoccupate. Nessuno è fesso, qui.

Mi accusa di averlo giudicato dopo neanche due settimane (vero), di avere aizzato i genitori (falso, sono in grado di muoversi da soli. Ho persino detto loro che ero in allerta e di aspettare a correre in presidenza), ha sostenuto che sono diventata acida (vero, dopo che hai cercato alleanze strane sparlandomi alle spalle). Mi dispiace, non basta chiedere per che squadra tifi per conquistare i miei alunni, se poi scrivi martetì alla lavagna. Sono convinta che chi è causa del suo mal pianga se stesso, soprattutto se hai la presunzione di rifiutare i consigli di chi quella scuola l’ha tirata su quando era degradata, frequentata male e da ristrutturare, insieme a una manciata di colleghi, scusate il francesismo, con le palle.

Mi siedo, sorrido e aspetto che accada. Le mamme sanno essere temibili, quando si tratta dei figli.

#Teo non vuole più andare a scuola (ma non è un mio alunno😅 )

La mia amica adorata, mamma di Teo, sorride, e scuote la testa davanti al capriccio. Teo, quarto giorno di scuola elementare è arrabbiato con la maestra che lo ha sgridato. Ergo non gli piace più, non è che ci vuole proprio andare domani.

Cosa fare in questi casi?

Prima di tutto accertatevi di che tipo di rimprovero sia stato. Non credo che l’insegnante abbia alzato i toni (verificate chiedendo con dolcezza al bambino di raccontarvi l’episodio) piuttosto, come normalmente accade, avrà ripreso Teo che era distratto e stava chiacchierando, o non ascoltando la consegna. Ma per i bambini questo è un affronto insormontabile. La maestra diventa antipatica, in classe ci si annoia perchè è tutto troppo facile (o troppo difficile) e questa novità di andarci la mattina è già fuori moda. Attenzione che un bambino particolarmente sensibile può esagerare. Non sto dicendo che mente, ma ingigantisce, per mille motivi che non sto a sottolinearvi adesso. Generalmente non è successo nulla di che, non riempite la chat di frasi minatorie, non tagliate le gomme alla macchina della signorina, non aspettatela sul marciapiede con le unghie affilate.

In secondo luogo, non date minimamente credito alle rimostranze di vostro figlio. Vi sta testando, se sbagliate adesso, vi terrà in scacco. ‘Se la maestra ti ha sgridato, te lo meritavi’ sarebbe un miraggio di questi tempi, (anche se dalla mia amica me lo aspetterei) ma semplicemente fategli notare che deve ascoltare le spiegazioni affinché possa lavorare bene e poi giocare, dato che è previsto un tempo per ogni cosa, e se deve completare una scheda va fatto, tanto non è mai troppo difficile o lunga. Come fanno la mamma e il papà se qualcuno lo riprende è per correggerlo, nessuno pensa che sia stupido o non sia capace.

Smorzate il piccolo avvilimento con un domani andrà meglio, se ti impegni, perchè questo è l’unico messaggio valido, per la vita.

Terzo giorno di terza elementare

I primi giorni di scuola trascorrono veloci, tra un le vacanze sembrano passate da un secolo e quando sono le prossime. Ma va tutto bene. Accantonate le paure, messe in un angolo le ansie i bambini arrivano sorridenti, mascherati, ancora abbronzati. Hanno voglia di stare insieme, i miei che già mi conoscono, hanno voglia di fare, sono curiosi e voraci. Ho finito, maestra. Riguarda la scheda. Controlla. Tempo zero, consegnano. Non hanno paura, queste nuove generazioni. Sono rapidi, immediati, non leggono le consegne, non scrivono il titolo sopra l’esercizio, se capiscono eseguono. Se no eseguono lo stesso. Se sbagliano ci restano male, per l’affronto, mica per l’errore. I nuovi programmi sponsorizzano questo, intuizione e poca disciplina.

Samuel è arrivato senza compiti delle vacanze. L’unico. Persino Xu Jan li ha fatti senza parlare bene l’italiano. In qualche modo, ma ci ha provato. Samuel gode del privilegio di esserne esonerato, dopo la discussione con cui abbiamo concluso lo scorso anno. I genitori purtroppo non lo seguono e ci accusano di vari peccati, ergo il bambino può non studiare. Il sistema avalla questo atteggiamento e ci viene suggerito di non insistere. Esatto, devo arrendermi. Fategli fare un disegno, non stressatelo. Samuel, che è pronto in vita comoda e ferrato su ogni cosa, è lento nello studio giacché nessuno a casa ha mai tempo per lui. Inutili i nostri rinforzi e le richieste di collaborazione prese con antipatia.

Fingere che abbia dei problemi e chiedere un supporto in classe è la via più facile, come dire Hai visto, lui non ce la fa. Peccato che quando me lo prendevo di fianco le cose le faceva, adesso la capitolazione. Siccome anche in questo la famiglia si è mossa tardi, Samuel quest’anno non avrà personale a lui dedicato, perché la tovaglia è già troppo corta per tutti gli altri certificati da mesi.

La nuova valutazione

Dallo scorso anno scolastico la valutazione è espressa attraverso un giudizio descrittivo che supera il voto numerico e considera gli apprendimenti attraverso livelli. Quattro per esattezza. Tutte le insufficienze saranno classificate come in fase di acquisizione, poi avremo un base, un intermedio ed un avanzato. Come nei corsi di ballo. Verrà presa in esame l’autonomia dell’alunno, in particolare se riesce ad eseguire una consegna senza alcun intervento del docente, in situazioni nuove e mai proposte prima, oppure già sperimentate in classe. Se manifesta continuità nell’apprendimento o se è sporadico, attenzione non parliamo di impegno, ma di performance e di quali risorse mette in campo. La pagella è completata come sempre dal comportamento, relazioni, e finalmente impegno nello studio e senso di responsabilità.

La nuova valutazione permette ai genitori di conoscere punti di forza e punti di debolezza e di capire insieme ai docenti e al bambino come migliorare. Non c’è alcuna novità fin qui. Da sempre abbiamo premiato la motivazione, i progressi, il pensiero divergente.

Adesso la parola d’ordine è non traumatizziamo ulteriormente i bambini con i “brutti voti”. Nessuno dia più i numeri (ogni tre quattro anni si introducono, si tolgono, si sostituiscono con le stelline, le lettere, gli aggettivi) perché non vanno misurate le capacità, ma solo promosse. Dopo mesi di limitazioni e difficoltà imposte agli studenti dalla pandemia, ci viene ufficialmente chiesto di non respingere nessuno a fine anno, e si sono cercate agevolazioni, semplificazioni, espedienti didattici per compensare, aiutare, supportare. Valorizzare i progressi negli apprendimenti, le potenzialità di ognuno e stimolare al miglioramento continuo è la base di ogni attività educativa, che noi docenti abbiamo sposato anni fa come giuramento, a garanzia del successo formativo e scolastico.

Al di là del sarcasmo, noi che tra i banchi e le pagelle ci muoviamo da sempre, siamo perplessi perché a forza di premiare questi ragazzini, non demotivarli con la sconfitta, non fare affrontare loro il fallimento, non dire che hanno sbagliato, che non si sono impegnati, che quel lavoro è fatto al limite della decenza, ci domandiamo dove andremo a finire. Le tabelline che non vengono memorizzate si potranno avere su un cartellone visibile in classe, le poesie a memoria solo per Natale. Il problema matematico lavora sulla logica Invalsi, molti quiz a risposta multipla, capacità di intuito e di raggiungere immediatamente il risultato. Forse il mondo del lavoro richiede questo. Viene meno la spiegazione scritta delle strategie utilizzate (conta il risultato), l’ordine a scapito della creatività. Nel dettato, gli orrori grammaticali questi sconosciuti! Non c’è tempo per la riflessione linguistica dell’errore in sé, guai a fare riscrivere dieci volte la parolina sbagliata. Se la lezione di geografia non viene studiata, si privilegia che il bambino sia in grado di capire che il mare è dove è andato in vacanza e che no, forse a Milano, non c’è. Si sottolineerà che Matteo dovrà ripetere più volte la lezione a casa (se può e se gli va) ma che è stato bravissimo per la capacità di collocare al posto giusto alcuni eventi, che poi per le mappe tanto esiste google. Non date la colpa alla scuola se tra qualche anno avremo persone molto smart, ma analfabete. Rapide e poco riflessive. Impulsive e poco avvezze a reggere lo sconforto o una sconfitta.

#primo giorno #prima elementare

Il primo giorno di scuola è un momento carico di timori ed aspettative sia per i più piccoli, sia per i genitori, che superano l’ingresso alla primaria con più domande dei rispettivi figli.

Cerchiamo di vivere queste ore con la consapevolezza che il nuovo cammino sarà piacevole, divertente, impegnativo, ma assolutamente fattibile e carico di sorprese bellissime. Il bambino è agitato perché non conosce i nuovi compagni, perché tutti gli hanno fatto il lavaggio del cervello che adesso che siederanno tra i banchi la festa è finita, che chissà la maestra! E hanno lo zaino nuovo più grosso di loro, e tutte quelle matite appuntite e quei fogli bianchi da riempire, e le cose da studiare, e non ti puoi alzare quando ti va..

Se un pizzico di ansia è normale, rassicuratelo che da questa parte ci stiamo preparando ad accoglierlo da giorni, con un gran sorriso e tanta voglia di sostenerlo. Che tutto è a sua disposizione in classe, e pensato per lui. Che i nuovi amici hanno le stesse paure.

Il ruolo della famiglia è fondamentale per sostenerlo, al primo ingresso e tutti i giorni a venire. Sostenerlo. Non portarlo in braccio. Non tirarlo per le maniche in lacrime quando deve rispondere all’appello. Non tempestarlo di domande su quante lettere gli hanno fatto scrivere dopo tre ore. Il primo giorno di scuola vedi anche questo. Un muro di genitori che a fatica si staccano dai bambini e che invece di sorridergli, piangono dietro lo schermo dello smartphone, che devono mandare il video in diretta ai nonni. Mamme vestite come le bimbe (vi prego) che urlano che nemmeno al matrimonio. Papà con la macchina in tripla fila che spiegano al capo che sono un po’ in ritardo.

La prima settimana generalmente ci saranno orari ridotti per i più piccoli, che si destreggeranno tra disegni e racconti, iniziando a lavorare su schede di pregrafismo facilissime, o sui quaderni. Obiettivo sarà di fare socializzare i bambini, e di cominciare a vederli al lavoro, su contenuti semplici ed alla portata di tutti, così da farli sentire autonomi e capaci.

Di solito è già presente sul sito il materiale necessario, altrimenti aspettate.

E’ buona norma avere nello zaino un astuccio completo, con temperino, colla e forbici, ed un quadernino per gli avvisi. Non comprate il diario perchè le insegnanti potrebbero avanzare richieste specifiche. Fogli ecc li troverete in classe, per iniziare.

Non preoccupatevi se vostro figlio piange, vi assicuro che varcato il cancello sta già pensando vicino a chi sedersi, e dove gli avete messo la merenda. Se non sa leggere, imparerà. Se è tremendo, sarà il più interessato, se parla sempre, sarà il più simpatico.

State tranquilli e abbiate fiducia. Sappiamo cosa facciamo.

L’eterno ritorno

Pensieri simili. Ripubblico dal post di un prof che seguo 😄

Robertinoventurini

Se non ci fosse l’emozionante novità di dover mostrare il green pass all’entrata di scuola, io direi che questo inizio anno scolastico è una prova matematica della dottrina degli stoici sull’eterno ritorno. Finestre aperte, ingressi scaglionati e mascherine. Mi sembra esattamente come settembre scorso, ah dimenticavo l’appello alle corse bus straordinarie e tutto il solito copione. Va bene e allora? Dove sono le sconvolgenti novità a parte il grido unanime no-dad! Ora non è che voglio fare il polemico, ma in un anno forse ci si poteva organizzare un pochino meglio, voglio dire, con tre mesi di scuole senza studenti sai quanti lavori di ristrutturazione si potevano fare? Si potevano dividere le aule in unità più piccole, si potevano assumere più docenti in modo da avere una media di dodici alunni a classe e tante belle cose che sono rimaste ferme nell’isola di Utopia o sulla Luna di Ariosto. Parlare…

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LIBRO DELLE VACANZE

Torniamo in città, mancano pochi giorni all’inizio della scuola e il libro delle vacanze giace mezzo insabbiato sulla seggiola della cucina. Come arrivare sani e salvi all’ultimo esercizio?

Mi limito a parlare della primaria, visto che lì sono di casa, e mi voglio immaginare esercizi già in dirittura di arrivo, pertanto con un impegno di un’ora al giorno, il gioco dovrebbe essere fatto. Spiegate ai vostri figli che devono portare a termine il lavoro con ordine e costanza, come voi vi dedicate alla pulizia e al riordino della casa.

Se siamo invece, è il caso di dirlo, in alto mare, in tre settimane dovreste comunque riuscire a completare i compiti in valigia. Buona regola è pianificare i tempi e le pagine da svolgere. Un bambino non potrà essere sottoposto ad uno studio continuato per più di due ore la mattina ed al massimo una nel pomeriggio, magari dedicata alla lettura. Non cedete a questo punto sugli orari e non fate deroghe. Hanno un dovere e devono essere responsabili. Non sostituitevi a loro nell’esecuzione, è diseducativo, oltre che inutile. I libri della vacanze sono di facile utilizzo, non è necessaria la vostra presenza al tavolo. Rimanete in zona, buttate l’occhio ogni tanto, rileggete insieme la consegna se vi sembra complicata, esigete l’ordine se no cancellate o strappate, premiate il lavoro con un bacio e perché no, con un gelato.

La questione compiti estivi è dibattuta e controversa. Concordo che sia faticoso e in mancanza di una routine contrattata lo è più per voi, che per i vostri figli. Se i bambini fanno i capricci è perché non hanno chiare le modalità entro cui si devono muovere. Rispettare a questo punto il piano di lavoro è indispensabile. Non ossessionate il piccolo in ogni momento della giornata, bilanciate l’impegno. Potreste anche dare l’esempio stabilendo che dopo cena si crei un momento lettura, ognuno con il suo libro. Giocate con loro, la gara di verbi o tabelline riscuote in classe successo garantito.

Obiettivo del compito estivo è di ripassare i contenuti appresi l’anno precedente, per evitare la tabula rasa i primi giorni di scuola. Le regole di grammatica, le tabelline, scioltezza nell’esecuzione delle operazioni, una lettura scorrevole, sono essenziali. Il resto viene tutto ripreso in mano.

Cercate di stimolare in vostro figlio la voglia di ricominciare, affinché sia sereno e motivato. Acquistate l’occorrente insieme, riorganizzate il materiale scolastico in anticipo, di modo che entri nell’ottica che anche per lui le vacanze stanno svolgendo al termine. Ricontattate i compagni di classe, fateli incontrare al parchetto così che il rientro sia meno brusco possibile.

Un atteggiamento positivo può rendere tutto più leggero, siate genitori complici con i vostri figli, generosi, affettuosi, ma fermi e decisi così da incentivare atteggiamenti di responsabilità e di autonomia.

#RIENTROASCUOLA

Le scuole riapriranno in presenza il 13 settembre. In vista del ritorno in classe, si sa ancora poco sulle modalità che permetteranno agli studenti di seguire in sicurezza le lezioni in presenza. Il green pass sarà obbligatorio solo per il personale. E non entro in questo ginepraio. Tra l’altro non è chiaro chi controllerà chi. E poi perché ogni giorno, se l’utenza è sempre la stessa?

Per il resto sostanzialmente non dovrebbe cambiare molto rispetto allo scorso settembre. Mascherine obbligatorie, e ormai siamo bravissimi. Il metro di distanza tra i banchi è una “raccomandazione”. Il protocollo firmato con i sindacati richiede “il rispetto di una distanza interpersonale di almeno un metro e la distanza di due metri tra i banchi e la cattedra”. Fermiamoci su questo. Che fa ridere solo a leggerlo.

Dovete sapere che lo scorso anno scolastico le classi sono state ampliate perché noi docenti abbiamo fisicamente portato in corridoio armadi e scaffali. Certo che la classe ha guadagnato sei metri quadri, ma solo perché abbiamo spinto gli arredi della classe fuori dalla classe. Non c’è stata nessuna manutenzione, nessun ampliamento, la disinfezione è stata assegnata ai bidelli che per giorni hanno respirato candeggina, senza nessun macchinario, né attrezzatura specifica. La distanza di un metro è stata considerata tra bocca e bocca (esatto) e non tra banco e banco, altrimenti avremmo fatto lezione in cortile. Dove possibile significherà dunque, mai.

Il ministero invita a tenere le finestre aperte anche in inverno, mentre le scuole dovrebbero dotarsi di condizionatori e filtri. Le finestre, anche in epoca pre-covid, vengono spalancate ad ogni cambio dell’ora, all’intervallo e nel tempo mensa. A metà novembre la temperatura in classe già di per sé non è tropicale. In alcune giornate particolarmente fredde i bambini lavorano con la giacchina e noi docenti, come caricatura richiede, non togliamo mai la pashmina. Dobbiamo fare venire a questi bambini la broncopolmonite senza covid? Dobbiamo insegnargli a scrivere in corsivo con i guanti di lana tagliati sulle dita?

Per i tamponi agli studenti sono stati stanziati 100 milioni che servirebbero per la campagna di tracciamento durante l’anno, di tutti i ragazzi in età scolare, anche i più piccoli non vaccinati. E questo è buono, funzionava con sierologico e pungidito già lo scorso anno.

Ci saranno turni per la mensa e per la palestra, come attuato anche in precedenza, e gli ingressi e le uscite avranno porte separate, ove possibile, con orari stabiliti.

Le regole dovrebbero farle i bambini. Quando ci proviamo, in classe, emergono richieste puntuali e quasi sempre sensate. Sono molto più coerenti loro di tanti ministri che tra i banchi non mettono piede da 50 anni. Noi docenti siamo pronti, buoni ultimi giorni a tutti, cari genitori!

#cattedre a settembre

Quest’anno il Ministero dell’Istruzione si è posto l’obiettivo di anticipare le tempistiche ‘tradizionali’, in modo tale da poter coprire il maggior numero di cattedre possibile in avvio di anno scolastico.

Le nomine sono un qualcosa che non funziona mai, già da quando ero precaria io 20 anni fa. Negli ultimi tempi si sono sommate graduatorie ad esaurimento, graduatoria per concorso, ricorsi, graduatorie su ricorso, graduatorie di persone nominate da un’altra regione che non davano disponibilità fino all’ultimo, graduatorie di persone che ricevono un mail per il posto vacante e che non rispondono, lasciando le segretarie nel limbo di non potere avanzare e scorrere nelle chiamate.

Il mese scorso una buona parte di precari è stato incaricato a tempo indeterminato. In soldoni molte colleghe sono finalmente entrate in ruolo.

Giubilo e gioia per chi finalmente dopo anni di girandola trova fissa dimora, per colleghi già in ruolo che sognano di cominciare l’anno senza dovere coprire tutti i turni come miracolate, e ovviamente i bambini che iniziano senza il balletto dei maestri che cambiano non appena si prende confidenza.

(In ultimo per le mamme che cercheranno come innocenti stalkerine informazioni sulla nuova arrivata, sperando nell’ordine che sia brava, che non resti incinta, che abbia esperienza e magari senza piercing nel naso. Io ce l’ho. Pure un tatuaggio importante, ma per fortuna sono apprezzata per altro).

Tutto bene dunque? Diciamo che molte classi saranno coperte, diversamente da quanto accaduto negli anni precedenti. Le nomine quest’anno saranno (evviva) informatizzate con aggiornamento costante dei posti vacanti e delle preferenze, pertanto il tira e molla iniziale potrebbe essere risolto.

La modalità delle immissioni in ruolo di luglio apre tuttavia il dibattito sulla logicità degli incarichi. Mi spiego. Chi per anni ha lavorato sul sostegno improvvisamente si trova ad avere vinto la cattedra di italiano. Tutti abbiamo iniziato inesperti, e sappiamo reinventarci ogni giorno, ma queste persone (sono persone, ricordiamocelo) negli anni hanno maturato competenze, esperienza, materiale didattico, spendibili certamente anche in un’altra classe, ma perché non mantenere la cattedra che da anni occupano? La continuità è così inflazionata? E dei rapporti umani ne vogliamo parlare? Chi lo dice a Marco di 3C, il bambino down più dolce del mondo che adesso deve ricominciare il carosello delle educatrici? Questi bambini necessitano di una figura uno a uno, con loro, ma questo settembre se le vedranno cambiate, perché sono state sì immesse in ruolo, ma non su sostegno. Obbligatoriamente su posto comune. Nello stesso istituto. Era troppo difficile fare tutto per bene. A settembre ci si ritroverà, forse, con tutte le sedie occupate, ma con il solito sudoku di chi deve gestire queste risorse, cercando altrove nuovi supplenti che coprano in primis gli alunni più fragili, che avranno una insegnante sconosciuta, con la loro di riferimento in un’altra classe. E con docenti che ormai da anni sono amici, che tireranno la moneta per decidere dove ricominciare, di nuovo.

La divisione alle elementari

Sono sulla sdraio e giuro non l’ho detto a nessuno e non credo neanche che mi si legga in faccia, fatto sta che la notizia è trapelata e anche se faccio finta di leggere, due o tre mamme si fermano a bordo sdraio, ormai sono amiche. Credono loro.

Ieri ho fatto anche finta di dormire visto che mi trattengo a la plage nelle ore più calde (e silenziose) ma non è servito lo stesso. ‘Tommaso lei è una maestra, Saraaaaa vieni qui amore, lei insegna ai bambini della tua età’. Rovinata. Io e i figli.

‘Che sa, sono bravi in classe, ma guardi mio figlio le divisioni non le ha proprio capite’. Se vostro figlio non le ha comprese, escludendo ovviamente problemi più seri di tutto rispetto, o non sa le tabelline a memoria o deve solo farsi rispiegare l’operazione. Di solito i bambini capiscono, tutto. Quando mi dicono che non vanno bene in geometria mi domando se le regole per trovare l’area le hanno studiate e se sanno cosa sono due rette. Ora a prescindere dal fatto che se io vado al supermercato e incontro il mio dentista in cassa mica gli vado a raccontare del mio molare, ma mi limito a un banalissimo buonasera, in ogni caso si sa chiacchierare sotto l’ombrellone è distensivo e rilassante, e mi domando cosa non funzioni in una terza elementare per traumatizzare un Tommasino sveglio, in matematica. Che se la odia adesso vagli a far fare l’architetto, poi.

Ormai il metodo è più o meno condiviso da tutte le insegnanti. Il mio non si discosta da quello che hanno insegnato a me 40 anni fa. La ripartizione in gruppi non dovrebbe destare grosse difficoltà tanto più che il bambino a 7-8 anni è in grado di comprendere qual è il meccanismo che sta dietro all’operazione stessa e trovarlo quasi un gioco. Io procedo in questo modo, lavoro per qualche tempo coi diretti interessati (oggi facciamo quattro squadre con voi, forza. Avanza qualcuno?) oppure distribuiamo la frutta, le carte, i pennarelli, le mascherine.

Ho incontrato colleghe che spiegano la divisione come sottrazione ripetuta per cui scrivono il prodotto e da lì trovano una differenza per poi ricominciare. Io questo lo considero macchinoso, lunghissimo e noioso anche se in realtà studi dimostrano che è di più semplice comprensione. Qualcuno scrive tutte le moltiplicazioni a fianco, tipo 32 x 1, 32 x 2, 33 x 3…. fintanto che si ritrova vicino al dividendo. Una caccia al tesoro che debilita anche me.

Non tutti i miei alunni negli anni sono stati dei geni, ma hanno sempre azzeccato quante volte questo ci sta in quell’altro, ripetendo a mente la tabellina fintanto che ti avvicini al risultato, questo vi assicuro le prime due settimane, poi l’intuizione e la previsione di semplici risultati matematici (assolutamente presente in ognuno di noi, se esercitata) permette loro di arrivarci approssimativamente senza difficoltà e di muoversi in un range di un paio di numeri. Mi spiego se vuoi sapere quante volte il 7 sta nel 53 ripeto la tabellina finché ci sono vicino, se lo supero ci sta evidentemente una volta in meno se non lo supero quello è il risultato.

Se me lo permettete vorrei darvi un paio di suggerimenti. Vostro figlio non è scemo. Difficilmente lo sono. Si rimbambiscono nel momento in cui voi gli mettete ansia, lo sgridate, andate a cercare in internet come si fa (circa 800 metodi) e gli mettete pressione. Giusto un tantino. E non scrivetemi sul diario che non ha capito, mandate avanti lui, che vi assicuro è in grado di parlare e che è timido solo a casa, probabilmente. Deve semplicemente chiedere alla maestra di rispiegare l’esercizio. Ce la può fare. Se vi sostituite a lui, non imparerà mai a cavarsela.

Lasciate che i bambini si prendano la responsabilità di quello che non hanno capito e che a chiederlo siano loro stessi, sono piccoli passetti e gli permetteranno di essere indipendenti in futuro.